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“Siam pronti alla vita”. E se l’Italia chiama?

La discussione sul cambiamento all’ultima strofa dell’Inno nazionale, apportato durante l’inaugurazione dell’Expo il 1 maggio, continua vivace; ne riporta ampiamente Corrado Augias su La Repubblica di ieri.
La motivazione del cambiamento, come è stato ampiamente riportato, è che la frase “siam pronti alla morte” stonerebbe se cantata da bambini, nel fiore della vita, che davanti a sé devono vedere un futuro il più possibile felice.
A me sembra che la variazione sia decisamente infelice, e che possa essere motivata solo dalla incapacità di leggere quel verso nel contesto in cui fu scritto e da una colpevole leggerezza, il non riuscire a capire come lo spirito e le motivazioni che ne furono alla base siano quanto mai attuali.
Non riesco a vedere, e non capisco come sia possibile vedere Goffredo Mameli, oppure gli studenti e i professori delle Università toscane caduti nella battaglia di Curtatone, come persone che anelavano alla morte, quasi in un rifiuto della vita. Non vi è contraddizione tra l’essere giovani, e pieni di aspettative per il futuro, e l’essere “pronti alla morte”. Tutti gli eroi del nostro Risorgimento che sono morti, non l’hanno fatto perché privi di speranze per il futuro, ma perché hanno creduto, perché volevano, un futuro più alto, per il quale erano anche disposti a dare la vita.
Solo una narrazione superficiale può contrapporre alla vita la dedizione a una causa superiore, che trascende la vita stessa di una persona. Il tempo odierno, il tempo della velocità, il tempo del fare e del realizzare quanto più e quanto prima possibile, non prevede la morte, fine di ogni cosa. Non concepisce come le azioni di una persona possano travalicare l’esperienza della sua stessa vita, e possano proiettarsi nel futuro, lasciando una eredità per chi viene dopo.
Solo una visione miope può non far cogliere come l’istinto per la vita si coniughi, in persone dotate di alta idealità e di rigore morale e di senso etico, con la coscienza di dover rivolgere le proprie azioni al giusto ancora più che all’utile.
Per chi ha saldi in sé i principi di giustizia, di legalità, di libertà, di democrazia, di bene contrapposto al male, di rispetto della legge, la morte può non essere l’evento più grave. Per tali persone, contravvenire a quello che intendono come il proprio senso del dovere, può essere una condizione ancora più dolorosa e grave che perdere la propria vita. Ed è questo il senso dell’essere “pronti alla morte”.
Non si creda che tutto questo si riferisca ad eroi del Risorgimento, o di ancora più lontani passati. Abbiamo avuto ai giorni nostri moltissimi eroi che hanno compiuto quello che ritenevano il loro dovere civile senza preoccuparsi delle conseguenze, e per questo hanno pagato anche con la vita. Di fronte al concetto di essere “pronti alla morte” pur di non tradire la coerenza di una intera vita, non possiamo non pensare a Giorgio Ambrosoli, che scrisse alla moglie Anna: “È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese.” Non possiamo non pensare a Giovanni Falcone: “La mia vita vale quanto il bottone di questa giacca. Uno o è un uomo o non lo è. Dobbiamo ricordare Paolo Borsellino: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.” Anche lui sapeva perfettamente che sarebbe stato ucciso, ma continuò a fare il suo dovere. E tanti altri sono quelli che dovremmo ricordare, magistrati come Rosario Livatino, e poliziotti come Boris Giuliano, e politici come Angelo Vassallo. Tutti questi, e i tanti altri che si sono sacrificati per il Paese, per la giustizia, per la libertà di tutti, sapevano che scelte più facili, l’essere più accondiscendenti, il non perseguire il giusto, avrebbero evitato loro difficoltà e pericoli. Erano sì consapevoli che avrebbero potuto essere uccisi, ma questo essere “pronti alla morte” fu per loro una scelta di vita, della vita più dignitosa e onorata e nobile che avrebbero potuto avere.
Mi auguro che questa variazione, che sinceramente mi sembra nata per inseguire uno spot di leggerezza e allegria, diventi invece l’occasione di una riflessione approfondita e critica, non solo sul nostro Risorgimento e sul contesto in cui è nato il Canto degli Italiani, ma soprattutto su cosa significhino oggi coerenza, dedizione al dovere, rigore morale, e memoria dei nostri eroi, vicini e lontani.

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