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Continuiamo così, facciamoci del male…

Assemblea Nazionale del PD, ci sarebbe da sfruttare una infinità di citazioni e titoli, dal cinema e da altre fonti: cronaca di un disastro annunciato, un partito sull’orlo di una crisi di nervi, un’assemblea di ordinaria follia e chi più ne ha più ne metta…
Appuntamento per le 15:30-16, si comincia con un congruo ritardo (e poi si capirà perchè). Tavolo della presidenza con segretario, tesoriere, i due vicepresidenti rimasti dopo le dimissioni di Rosi Bindi, i capigruppo senza Speranza, e speriamo che quest’assenza non sia prodromica. Inno, saluti e parola a Epifani che cerca di barcamenarsi senza sbilanciarsi sul congresso, un discorso onesto, senza infamia e senza lode. All’ultimo tira fuori la fatidica data, che come tutti ormai sappiamo è l’8 dicembre, un dignitoso compromesso. Arriva il momento in cui dalla presidenza devono finalmente dire che tutti i tentativi di tirarla per le lunghe non sono serviti e che la Commissione che doveva trovare la quadra sulle regole del congresso e le modifiche allo Statuto (ma, a proposito, la commissione Statuto che fine ha fatto? bho…) ancora è in alto mare; poi abbiamo saputo che hanno finito alle 2.20 di notte.
Appuntamento rimandato all’indomani alle 9:30 pun-tua-lis-si-me, tutti si guardano basiti mantre la presidenza cerca disperatamente qualcuno che intervenga tanto per salvare la faccia alla riunione. Niente: solo un piccolo sfogo e un altro intervento ascoltato da qualche delegato giusto per educazione in mezzo al baccano dei più.
L’indomani il ritardo sulle 9:30 pun-tua-lis-si-me infatti è solo di 25 minuti; relazione di Gualtieri che presenta un documento e le modifiche proposte per lo statuto, su cui dice che c’era stata larga convergenza. Si scoprirà poi che la convergenza era stata molto meno larga, anzi un po’ strettina.
Per quanto riguarda le modifiche statutarie proposte, queste sono per la grande parte poco importanti: quella dell’art.39 riguarda la rieleggibilità di membri e presidente della Commissione di Garanzia; quelle che riguardano gli articoli 9 e 15 servono a snellire la prima fase del congresso e a eliminare le Convenzioni, strane assemblee che durano meno di una farfalla e di cui peraltro chi è dotato di buona memoria ha un pallido ricordo, gli altri nemmeno quello.
Le modifiche importanti sono quelle dell’art.3 e dell’art.18; quest’ultima dice che più candidati del PD sono ammessi alle primarie a premier, cosa che è già successa con Puppato e Renzi alle primarie vinte da Bersani, mentre la modifica all’art.3 toglie l’automatismo tra segreteria e candidatura a premier. E qui si capisce subito, con gli interventi di Bindi e Morando, dov’è che mancava la larga convergenza. Una fetta consistente della dirigenza e dell’Assemblea infatti era disposta a cambiare l’art. 18 ma non il 3. La questione si traduce, non automaticamente ma in modo abbastanza chiaro, nell’avere o no la separazione tra il segretario e il candidato premier.
Un po’ di interventi, pochi direi, poi i quattro che fino ad ora hanno manifestato la loro intenzione a candidarsi. Applausi scroscianti per Cuperlo, forti con toni più da stadio per Renzi (c’era un suo insopportabile aficionado che strillava “bravo” a ogni sua battuta, e Matteo da questo lato non si risparmia), tiepidini per il discorso di Pittella tutto giocato (bene, direi) sull’Europa e buoni anche per Pippo Civati.
E arriva il piatto forte, le votazioni. Si comincia subito male, con borbottii e polemiche, ma in qualche modo la presidenza riesce a portare a casa l’approvazione del documento accompagnatorio. Poi si pone il problema se votare la modifiche allo Statuto una per una (come hanno chiesto Bindi, Morando et al) oppure tutte assieme come richiesto da Gualtieri & Co. (si dice che l’abbia voluto Bersani, ma forse sono solo malelingue). Morale: si vota su come votare e qualcosa si inceppa. Dopo dieci minuti dalla votazione annuncio: le votazioni sulle modifiche allo statuto vengono per il momento sospese e la Commissione torna a riunirsi, tempo previsto mezz’ora. Ne passa una abbondante e alla fine si presenta Epifani, che senza tante storie dice: 1) dato che non si è trovato un accordo e che il numero dei votanti non sembra consentire modifiche allo statuto, che richiedono la maggioranza assoluta degli aventi diritto, le stesse vengono ritirate; 2) la data del congresso è fissata 3) la direzione è stata convocata e sulla base dello Statuto e del documento approvato verrà fatto il regolamento per il congresso. Fine.
Riassunto di quello che succederà: il 27 c.m. direzione nazionale; presumibilmente a metà novembre: congressi di circolo, intercomunali e federazioni provinciali, assieme alle votazioni interne al PD per i candidati nazionali; l’8 dicembre primarie aperte fra i candidati che avranno passato il voto degli iscritti; congressi regionali o l’8 dicembre, o entro marzo 2014, o entro due anni; questo perchè il documento parla della primavera prossima, ma lo Statuto dice (art.15 c.5) che i segretari regionali durano quattro anni (e quindi a fine ottobre scadono) ma allo stesso art.15 c.7 dice che l’elezione dell’Assemblea e del Segretario regionale “si svolgono a distanza di due anni dall’elezione del Segretario e dell’Assemblea nazionale“. Potevamo farci mancare un filo di schizofrenia? Giammai!
Elettorato attivo riservato -rispettivamente- a iscritti ed elettori registrati, con possibilità di fare l’iscrizione o la registrazione (rispettivamente) anche il giorno stesso delle votazioni.
Direi che complessivamente è stato un momento triste per il PD; dopo essere stati quattro mesi quattro ad avilupparci sulle regole, perdendo di vista il tesseramento che è sceso ai minimi storici; l’incapacità di guadagnare consensi rispetto a un avversario (alleato pro tempore) che nel frattempo sta inchiodando il Paese alle vicende personali di Silvio Berlusconi; indici di gradimento del partito che mostrano una disaffezione costantemente crescente; realtà territoriali in moti casi in affanno, con tutto questo non essere in grado di trovare (ripeto, dopo quattro mesi) una soluzione condivisa per riuscire a fare un congresso, è decisamente segno di una classe dirigente (comprendendovi anche gli emergenti) autoreferenziale, incapace di qualunque minimo gesto di generosità verso il partito, gli iscritti e gli elettori, ma pronta a resistere a oltranza contro qualunque decisione che appaia -indipendentemente da una verifica ragionevole- pregiudizievole verso il proprio particolare interesse, e a questo sacrificare tutto ciò che il PD dovrebbe mettere in campo per i cittadini e per l’Italia.

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