E ci risiamo: un’altra volta la latitanza della politica fa sì che i cambiamenti che avvengono in Italia, nel corpo del Paese, per essere recepiti nelle norme debbano attendere l’intervento della magistratura invece che trovare la propria espressione -come dovrebbe essere- nel Parlamento.
Adesso è la volta della recente Sentenza della Cassazione sulle unioni omosessuali, che peraltro si affianca nella sostanza a quella, precedente, della Consulta (C. Cost., sent. n. 138/2010). Se ad una prima superficiale occhiata quest’ultima poteva apparire come contraria (di fatto rigettava i ricorsi di due coppie omosessuali) la sostanza era ben diversa, come ha mostrato Stefano Rodotà su Repubblica. Il quadro che emerge da queste due sentenze è assolutamente omogeneo: le coppie omosessuali hanno diritto a un «trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata» (Cass.). Una affermazione quasi coincidente era stata fatta nella sentenza della Consulta. Ma vi è di più: mentre quest’ultima dichiarava che non era possibile ricomprendere all’interno dell’attuale disciplina costituzionale del matrimonio la disciplina delle unioni omosessuali, nella sentenza della Cassazione viene superata «la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile della stessa esistenza del matrimonio».
Queste sentenze riflettono perfettamente come il tema delle unioni omosessuali viene percepito nella società: mon più un elemento di disgregazione ma al contrario di coesione: nella sentenza della Corte Costituzionale si menziona esplicitamente la rilevanza costituzionale delle unioni omosessuali, che costituiscono una delle “formazioni sociali” di cui parla l’ articolo 2 della Costituzione. In una fase della vita sociale caratterizzata da una durata del vincolo matrimoniale sensibilmente ridotta rispetto al passato, la costituzione di nuovi nuclei sociali “elementari” (per mutuare una terminologia fisica) costituiti dalle unioni omosessuali, oltre alle unioni di fatto, rappresenta un elemento di coesione e di supporto alla vita dei singoli cittadini. Una visione simile si riscontra anche in diverse altre nazioni, e non necessariamente solo da parte di politici progressisti; numerosi sono, ad esempio, negli Stati Uniti i poltici repubblicani favorevoli alle unioni omosessuali. Per una attenta analisi della situazione in alcuni Stati europei si veda lo studio di P. Passaglia.
Ma la cosa che mi ha colpito di più quando è stata divulgata la notizia della sentenza della Cassazione, a parte i disperati vaneggiamenti di Giovanardi secondo cui una sentenza non rappresenta altro che l’opinione dei giudici che l’hanno emessa (e fa pure il deputato…) è stato lo stracciare di vesti di diversi altri politici rispetto alla cosiddetta “ingerenza” dei magistrati, che esonderebbero dai loro compiti per occupare indebitamente spazi che dovrebbero essere loro preclusi.
Il punto, ovviamente, è ben diverso. Le istanze che vengono rivolte al giudice affinchè venga riconosciuto un diritto, di cui si lamente la violazione, hanno una loro radice anche nella sensibilità con cui tali diritti vengono percepiti nella società. Di fronte a una richiesta avanzata da un cittadino, la magistratura dà risposte che dipendono anche dall’evoluzione del sentire diffuso riguardo a detti diritti. E’ preciso compito della politica raccogliere tale sentire e tradurlo in norme; di fronte all’inazione della politica, alla incapacità di interpretare le esigenze sociali e di guidare i cambiamenti che avvengono nel Paese, di fronte al vuoto di capacità di guida che la politica mostra in questi anni, lo spazio dei cambiamenti viene lasciato alla iniziativa dei singoli, che non possono trovare altro interlocutore che il giudice. Quindi è la politica che deve elevare un chiarissimo mea culpa e riprendere la sua funzione. Il che forse aiuterebbe anche a superare la diffusa percezione di inadeguatezza e di sfiducia che i cittadini hanno nei confronti dei partiti.
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